Come scriviamo insieme

 

Ecco un pezzo su come scriviamo insieme, che abbiamo fatto per RiLL:

“Non mi fa impazzire”: è la frase che ci diciamo più spesso al telefono, dopo aver letto un pezzo nuovo arrivato per email.
“Ma insomma come cavolo lo vuoi fare questo pezzo?”
“Non lo so, più diretto, più concreto, più sprintoso”.
“Allora leva, butta tutto, cambia. Però quando finiamo così?”

Dopo qualche giorno:

“Allora?”
“Ci sto pensando. Ho scritto una cosa ma non so”.
“Ma dai manda…”
“OK mando ma non so”.

Dieci minuti dopo:

“Ma che è ‘sta cosa? Non si capisce niente. E poi che hai fatto, m’hai tolto lo scarafaggio?”
“Sì, non c’entrava. Cerchiamo di tenere un filo logico”.
“Ma come non c’entrava? Kafka, no?”

Siamo Paola ed Emanuele, madre e figlio. Da dieci anni scriviamo insieme. Comincia tutto un giorno che Paola, da sempre fissata con la letteratura ma non ricambiata, trova un abbozzo di racconto di Emanuele. La prima riga era: “Un’altra di quelle monotone cene. Sono fissati con quella usanza”. Colpita dall’evidente talento letterario, pensa che possono scrivere insieme, e si mette alla ricerca di  concorsi di fantascienza. Finché trova il Trofeo RiLL, a cui poi siamo rimasti fedeli.

Se scrivere è come scalare una montagna durante una tempesta di ghiaccio, per farlo in due bisogna essere agganciati con una corda robusta. Condizione fondamentale avere gusti simili. A noi due, nei racconti, piace:

1) che i personaggi principali siano in uno stato di grande sofferenza.
Ne “Il Torneo” i protagonisti sono vittime di congiuntivite accecante, nella “Profezia dell’Ibis di Fuoco” a Malkhut hanno scavato la pelle da bambino, e così via.
Questo perché abbiamo una visione tragica (cioè secondo noi realistica) della vita.

2) che ci sia alla base una idea filosofica.
Come il paradosso di Russell nel racconto “Sognando Horus” oppure ne “Il Torneo” la frase di Leibniz sul fatto che questo è il migliore dei mondi possibili, o il potere delle lettere dell’alfabeto secondo la Qabbalah in “Codice Yetzirah”.
Perché la filosofia è l’unica cosa che conti veramente.

3) che si parli di un individuo che lotta da solo.
Siamo infatti entrambi convinti che si è tutti soli nella vita, e che è impossibile comunicare (non sappiamo davvero come facciamo a scrivere insieme, infatti!)

4) che il protagonista parli in prima persona, perché il punto di vista sia, come accade nella vita, soggettivo.

Fin qui, tutto bene.
Ma su molte altre cose non siamo d’accordo, per niente.
(Che forse aiuta, perché senza dialogo e conflitto si è come sepolti vivi, quando si scrive.)

Per esempio ogni volta che pensiamo a un nuovo racconto è la stessa storia. Dopo averne scartate altre cinquanta, ci viene in mente un abbozzo di trama che, caso strano, piace a tutti e due. Ma Emanuele prima di cominciare a scrivere vuole avere tutta la storia in mente. Che succede prima? E dopo lui che fa? E come va a finire?
Ma dai, cominciamo, poi si vede -dice Paola- le idee vengono via via che si scrive, è la scrittura stessa a farle nascere.
Quasi sempre vince lei, anche se, dice, con incommensurabile spreco di dialettica. Così di solito ci lanciamo sui racconti senza sapere come andranno a finire.

Anche sullo stile c’è conflitto.
Emanuele faticosamente cerca uno stile personale, elaborato, con frasi “artistiche” (che vengono regolarmente bocciate). Parte svantaggiato, con due grossi handicap: esperienza dimezzata per motivi di età e di minori letture, e un lavoro impegnativo di professore precario di informatica teorica, che vuol dire lotta all’ultimo sangue per la cattedra. In più vive in America.
Paola invece è favorita: ha un posto statale, e quindi nelle pause dell’estenuante lavoro di schedatura dei periodici ha il tempo eterno di cercare uno stile semplice e diretto, e di riscrivere mille volte la stessa frase. Malgrado ciò viene spesso criticata da Emanuele e accusata di usare uno stile infantile e bamboccesco (accusa che Paola respinge con violenza, ma poi quasi sempre cancella le malcapitate frasi). Speriamo che la censura incrociata funzioni a filtrare le frasi migliori (e non le peggiori). Anche se molte sopravvivono solo perché siamo entrambi estenuati.

Il finale, poi, è una lotta.
A Paola piace un finale positivo che lasci speranza, da cui venga fuori un’idea di giustizia.
A Emanuele piace catastrofico.
Come risultato il finale spesso è ambiguo e si può leggere in due modi: per esempio in “Codice Yetzirah” lui che impazzisce e va a lavorare all’archivio per Paola è in qualche modo positivo perché lui è comunque contento; secondo Emanuele è tortura eterna. Anche ne “Il Torneo” il fatto che il mondo ideale vincitore sia la perfetta copia della realtà può essere letto come la conferma che il nostro mondo è il peggiore o il migliore dei mondi possibili.

Lavoriamo quando ci vediamo, una-due volte l’anno, e poi per email e telefono. E’ un gran vantaggio avere qualcosa di cui parlare, al telefono, perché altrimenti è probabile che non sapremmo che dirci. Che m’importa se piove o c’è il sole, o che hai fatto oggi. Quello che voglio sapere è:
“Ma hai rimesso il pezzo sullo scarafaggio? E l’hai pure allungato?”
“E’ carino, dai”.
“Non mi piace, toglie ritmo. E guarda che della vita sociale degli scarafaggi non frega niente a nessuno”.
“Insomma, non ti piace mai niente di mio!”
“Ma allora, ti devo mentire? Senti, rimettiamo com’era prima?”
“Prima quando?”
“Prima prima”.
“Vabbeh non mi fa impazzire però”.

Mini-commento su “Il Richiamo di Lilith”

Un nostro mini-commento sulla genesi del racconto “Il Richiamo di Lilith” scritto per Rill.
“Il testo è nato durante una visita di Paola a Boston. Alla fine di quindici giorni di lotta su un romanzo che ci portiamo avanti da anni come una croce, ci siamo lanciati su un racconto per limitare parzialmente la frustrazione.
Volevamo riesumare il tema della passione per Lilith, tema a sua volta sepolto nel nostro primo romanzo, di cui ora ci siamo persi i file. Ci sono poi sempre piaciute le gare estreme, ai limiti della sopravvivenza, specie in solitario (infatti è così che interpretiamo la vita). Abbiamo combinato i due elementi per caso. Il mix, all’inizio repellente, ci ha poi appassionato.
Dopo qualche riga sprintosa scritta letteralmente a quattro mani a Boston, abbiamo poi continuato a fatica tramite e-mail, transoceaniche come il viaggio del protagonista.”